
Pubblicato da Patrick il 13 Dicembre 2005 in Libri
Vent’anni fa due inglesi scalano il Siula Grande in Pero’. Uno si ferisce e
non ha piu’ speranze. L’altro decide di tranciare il filo che li lega. Ma,
per un caso incredibile, si salvano entrambi. Ora un film, “La morte
sospesa”, racconta questa pagina drammatica. E riunisce i protagonisti di
ieri.
La storia (vera) dell’alpinista che per salvarsi taglio’ la corda e abbandono’
il suo amico.
La morte sospesa
Articolo di Marco Albino Ferrari.
L’acciaio della lama brillo’ nella notte quando improvvisamente si era aperta una finestra di tempo sereno.
Nella tormenta c’erano solo l’urlo pauroso del vento e il turbinare della neve. Ora aveva vinto la pace. Ma era una pace apparente.
Dai 6536 metri della cima del Siula Grande fino al campo base e ancora gia’, lungo la morena e la valle, un immenso schermo bianco rifletteva il tremore delle stelle.
La lama brillo’ in quella tarda estate australe, su una delle piu’ orride pareti glaciali delle Alpi Peruviane. E a Simon basto’ appoggiarla alla corda in tensione. Non premette neppure. Il nylon esplose, e quaranta metri piu’ in basso il corpo inerte di Joe comincio’ a precipitare verso il baratro nero del crepaccio.
Ma Joe? Era veramente morto, Joe, dopo quella tremenda odissea, la gamba maciullata, il dolore lancinante, la fatica, il digiuno, il dondolare a testa in giu’ tra le slavine per un tempo infinito e ora il volo nel crepaccio? “Si, e’ morto” penso’ Simon. “E io sono vivo” si disse guardando il moncone sfilacciato di quella maledetta corda. “Sono vivo, ma devo dimenticare Joe fino a domani mattina, se voglio resistere”.
La storia e’ vera e successe nel giugno 1985. Una delle pagine piu’ drammatiche e discusse dell’alpinismo moderno.
E oggi, vent’anni dopo, quei fatti raccontati nel bestseller da un milione e mezzo di copie, Toutching The Void (testo d’esame nelle scuole superiori in Gran Bretagna, e uscito in Italia nel 1992 da Vivalda con il titolo La morte sospesa), diventano un film al cardiopalmo della durata di 106 minuti, dal 18 marzo nelle sale italiane.
“Abbiamo lavorato in condizioni veramente estreme” spiega il produttore John Smithson. “Gli sforzi fisici e mentali richiesti alla troupe sono stati molto piu’ grandi che in un qualsiasi altro film”. L’incredibile avventura dei due britannici Joe Simpson (nato nel 1960, laureato in Lettere, alpinista e scatenato attivista di Greenpeace tanto che ha scalato, con conseguente arresto, la colonna dell’ammiraglio Nelson a Trafalgar Square per protestare contro le piogge acide) e Simon Yates (di tre anni piu’ giovane, fortissimo scalatore con molte prime, dal Karakorum alla Terra del Fuoco) inizia con un sogno: la salita di un’ambitissima parete che ha respinto gia’ diversi tentativi.
Alta 1400 metri e interamente ricoperta di ghiaccio, costituisce l’ultimo tratto sul lato ovest di una delle montagne piu’ maestose della Cordillera Huayhuash, il Siula Grande, vinta nel 1936 da due tedeschi lungo un versante piu’ facile. Joe e Simon attrezzano il campo base a 4.800 metri, una quota pari a quella della cima del Monte Bianco.
L’aria e’ fine, il freddo una morsa costante. Solo al sole, e nel mezzo del mare pietroso della morena, si riesce a non tremare.
Dopo qualche salita di allenamento i due decidono: “Bivacchiamo ai piedi della parete. Dopo si tenta il tutto per tutto. Due giorni a salire, due a scendere”.
Due giorni, dura infatti la salita. Con due bivacchi in parete a venti gradi sotto zero. Ma infine, e’ la vetta.
Foto, urla di gioia, strette di mano. Ora pero’ li attende la discesa lungo creste orlate da insidiose cornici di neve. Nella neve alta, con il vento furioso. Ed e’ proprio su una di queste cornici che Joe, superato un terzo bivacco, precipita nel vuoto. Un volo di pochi metri. Quanti bastano, pero’, per mandargli in frantumi il ginocchio destro. Lassu’, a seimila metri, Joe, con la gamba inutilizzabile e un tragitto pieno di pericoli, e’ gia’ un uomo morto. “Come vidi la gamba, capii che la frattura era grave” racconta Simon. “Faceva paura. Sapevo che non sarei stato capace di abbandonarlo finche’ era vivo, ma che potevo fare per salvarlo? Nulla!”.
Simon si spende per ore nel tentativo di strappare l’amico alla morte. Lo cala sul pendio. Lo fa scivolare per tutto il giorno. La corda fila veloce tra le mani, mentre Joe, con il ginocchio piegato in avanti, rimbalza sulla parte ghiacciata lanciando urla di dolore.
Ancora altre calate. Finche’ si fa notte fonda, e la parete finisce improvvisamente nel crepaccio terminale. Ma la corda, ora, non basta. “Scarica il peso” urla Simon. Ma Joe rimane appeso nel vuoto: la testa in giu’, gira su se stesso nel buio. Mentre quaranta metri piu’ in alto, con la corda ormai finita, Simon trattiene il compagno. Sono in trappola: un’ora dura quell’agonia. Finche’ Simon tira fuori la lama.
E taglia, letteralmente, la corda.
L’odissea che segui’ ha dell’incredibile.
Simon, arrivato al campo base - stravolto dalla stanchezza e dal rimorso per avere ammazzato l’amico - si mise ad attendere. Ma aspettare che cosa? Era inutile, ormai.
Con Richard, rimasto al campo, bruciarono i vestiti di Joe in una sorta di rito d’addio al compagno di cordata ormai dato per scomparso sulla montagna.
Ma intanto Joe aveva guadagnato l’uscita del crepaccio con una lotta furibonda. Era riuscito a trascinarsi sino alla fine del ghiacciaio, e poi, usando i gomiti, a strisciare di roccia in roccia sulla morena.
Stavano ormai per smontare il campo e ripartire, quando Simon senti’ un grido. Era lui, Joe. Lo spettro di Joe che urlava all’amico di aspettarlo. Era finita? No, non ancora. Una volta tornato a casa, Joe Simpson dovette difendere il compagno accusato dalla comunita’ alpinistica di averlo tradito. Lo fece piu’ volte pubblicamente, durante conferenze o nei pub, davanti a boccali di birra. Poi prese a scrivere, e vennero fuori pagine da bestseller. E ora anche un film, “senza nessuna finzione drammaturgica” tiene a precisare Simpson.
Un inusuale mix tra film a soggetto e documentario, girato negli stessi luoghi del dramma (sono stati utilizzati 80 asini per il trasporto del materiale da ripresa fino al campo base) e sui ghiacciai delle Alpi in altri 22 giorni di riprese.
E introdotto dai veri protagonisti, che rievocano davanti alla cinepresa, la loro epopea, per poi lasciare il posto alla fiction. Racconta il regista Kevin MacDonald (37 anni, di Glasgow, gia’ Premio Oscar per il suo documentario One day in september): “Giunti al campo base, Joe era sopraffatto dalle emozioni”. Continua Simpson: “Appena arrivato ho chiesto a Simon (anch’egli coinvolto nella produzione, ndr) di dirmi dove mi avesse trovato.
Lui mi ha indicato una roccia. In quel momento mi sono ricordato tutto e mi sono sentito come se stessi camminando sulla mia tomba”. Visto il film, pero’, non sara’ ancora finita: perche’ verra’ voglia di buttarsi tra le pagine di La morte sospesa, uno dei libri piu’ riusciti nello scaffale dell’avventura.
Tratto da “il Venerdi’ di Repubblica” dell’11 Marzo 2005, pag. 78/81.
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