Monte Forcellone (2030m) da Prati di Mezzo
Pubblicato da Patrick il 16 Aprile 2005 in Escursionismo, Relazioni

Domenica 13 Aprile 2005

Questo e’ stato un Inverno eccezionalmente nevoso. Persino piu’ del precedente, che pure non aveva scherzato affatto.
Le regioni montane dell’Abruzzo a meta’ Marzo erano ancora coperte da metri e metri di neve, anche a quote relativamente basse.
Le cime dell’appenino, pure le piu’ insignificanti, risplendevano remote e terribili nelle loro luccicanti armature di ghiaccio.
Cio’ detto e’ ben comprensibile che noi “alpinisti buffoni”, per dirla col buon Marco, ci contentassimo di rimirarle da lontano, preferendo fantasticare di ardimentose imprese al riparo delle
quattro mura domestiche di fronte ad un buon bicchiere di vino.
Ma no, sto mentendo a me stesso. La verita’, per quanto mi riguarda, e’ che la “Voglia di Montagna” era andata rapidamente scemando nel corso degli ultimi anni.
Quasi come sintomo di una precoce vecchiaia di spirito, spesso a meta’ di una sgambata su qualche colle dimenticato mi sorprendevo a domandarmi cosa diamine ci facessi li. Per quale folle motivo non mi trovassi al calduccio in casa mia invece che su quella brulla gobba spelacchiata.
Sono assai tristi queste domande.
Specie per chi come me in passato, per dirne una, trascorreva ogni notte prima di una gita o di una scalata per lo piu’ insonne e in preda all’eccitazione.
Se lo spirito era a pezzi il corpo non era da meno (mente e corpo: connubio inscindibile), fiaccato da una vita eccessivamente sedentaria e dalle troppe, troppe sigarette.
E cosi’ arriva Aprile. E arriva anche una telefonata del fido Marco che mi invita a una sgambata in montagna.
Spinti dal desiderio di scoprire posti nuovi (e di evitare un dislivello troppo cospicuo!) stabiliamo di andare a salire il Monte Cavallo, misconosciuto rilievo delle Mainarde, vittima della maggior fama del vicino Monte Meta sul quale siamo gia’ stati un paio di anni fa.
Sembra una meta tutto sommato interessante. La guida paragona la sua cresta al Lyskamm (forse con un po di fantasia, pensiamo) e una foto trovata in rete ci conferma che, innevato, potrebbe presentare le sue difficolta’.
Partiamo alle 6 di mattina imboccando lesti l’A1 in direzione di Cassino con un certo senso di imbarazzo e direi quasi di colpa per aver tradito la consueta A24.
Il tempo sembra incerto. Le previsioni davano bello eppure il sole e’ velato da una spessa coltre di nubi che fortunatamente man mano che procediamo verso sud vanno diradandosi.
Solito rito di soste: Autogrill, autogrill, bar al paese e finalmente arriviamo ai Prati di Mezzo, dove e’ un parcheggio e dove lasciamo l’auto.
La neve e’ ancora abbondante, siamo a soli 1500 metri eppure partiamo posando i piedi direttamente sulla neve ed e’ meglio cosi’ visto che calziamo i pesanti scarponi invernali.
Confortati dal sole, che ora splende vigoroso in un cielo sgombro di nubi, partiamo di buona lena, dapprima in direzione Est seguendo il tracciato di uno skilift poi piegando a destra a risalire un crinale al margine del bosco.
Come al solito senza prestare alcuna attenzione ai segnavia, come sempre del resto quando non siamo in compagnia di Oltre che per le macchie di vernice ha una vera e propria predilezione.
La neve e’ fantastica, compatta, ma non ghiacciata, non si affonda e non si scivola.
In breve arriviamo su un cocuzzolo gia’ erboso, per via dell’esposizione, in vista di quella che dovrebbe essere la nostra montagna.
Non sembra poi cosi’ difficile, possiamo scegliere di andare a prendere la cresta proseguendo ancora in direzione Est oppure di attaccare direttamente il versante di fronte a noi che appare ben innevato ma non troppo ripido. Oddio, qualche dubbio c’e', dietro questa si intravede un’altra montagna piu’ lontana che non riusciamo bene ad inquadrare…
Purtroppo ulteriori analisi ci sono negate: Giove Pluvio si sente burlone quest’oggi!
Le nubi compaiono improvvisamente da chissa’ quale nascondiglio e ci tendono un’imboscata calando rapidamente sul monte e su di noi.
In brevissimo tempo il paesaggio cambia totalmente. Il mondo fisico che i nostri occhi riescono ad indagare ormai non e’ piu’ ampio di pochi metri ed appare dipinto in diversi toni di grigio.
Il monte ormai non c’e’ piu’. Il cocuzzolo erboso neppure, ma la determinazione ad andare in cima rimane forte.
Troppa la strada percorsa da Roma, troppo crudele quel Giove burlone per tornare mogi mogi sui nostri passi verso le macchine. Del resto il luogo non sembra pericoloso. Al limite si puo’ rischiare di perderci, ma riteniamo di poter confidare nelle nostre orme lasciate nella neve per ritrovare la via del ritorno
Solo che cio’ che prima era una bella passeggiata nella natura diventa ora una gelida questione di principio.
Marco in particolare sembra risentire delle mutate condizioni metereologiche: e’ scuro in viso e il suo passo diviene piu’ pesante e si capisce che la gioia gli si e’ spenta nel cuore.
Senza indugio ci dirigiamo dritti verso il fianco della montagna, o meglio: dove ci pare fino a poco prima ci fosse il fianco della montagna.
Lo raggiungiamo e cominciamo silenziosamente a risalire il pendio su neve sempre ottima. Questa e’ meno dura di prima, ora un pochino si affonda, ma e’ un bene: possiamo fare a meno dei ramponi.
La salita e’ abbastanza ripida e risulta faticosa. In piu’ non riusciamo a capire, data la NULLA visibilita’, quanta strada abbiamo fatto e quanta resta da percorrerne.
C’e’ solo il bianco della neve sotto e il bianco della nebbia sopra e intorno.
Cio’ che manca e’ invece, per quanto mi riguarda, il fiato. Comincio ad ansimare e sopratutto comincio a pormi quella odiosa domanda: che ci faccio IO qui?
Ma questa volta dura poco. Non so cosa succede.
Mi guardo attorno e vedo forse per la prima volta da tempo dove mi trovo.
L’ambiente e’ severo, certo. Non si vede un fico, e’ vero. La salita e’ faticosa, senz’altro.
Pero’ riesco a percepire una sorta di magia nell’aria. Siamo in uno spazio senza tempo, come sospeso tra cielo e terra.
Del resto siamo sulla terra, sulla quale posiamo i piedi, ma siamo anche in mezzo alle nuvole! Tutto cio’, per dirla in breve, e’ veramente FICO!
E allora cambia tutto. Inizio a gioire del luogo, del maltempo, della salita e persino della fatica. Torna potente la determinazione e anche il mio passo si fa piu’ svelto.
Do per un tratto il cambio a Marco, del quale avevo fino a quel momento egoisticamente sfruttato le impronte, e vado su, e’ il caso di dirlo, con rinnovato spirito.
D’un tratto uno squarcio tra le nubi ci mostra dove siamo, siamo quasi arrivati! La cresta e’ li a portata di mano e in breve ne siamo a cavallo.

Dopo una sosta per mangiare qualcosa ci avviamo verso destra seguendo il filo della cresta, piuttosto larga per la verita’, nella direzione in cui DOVREBBE trovarsi la cima.
Marco per la verita’ ha un po di dubbi sull’opportunita’ di andare avanti, ma io mi impongo, come di rado accade, e mi avvio.
Scavalchiamo alcune gobbe ed elevazioni minori e dopo una mezz’oretta siamo in vetta. Il tempo e’ sempre pessimo, pero’ non fa freddo, non c’e’ neanche troppo vento e possiamo percio’ concederci una lunga sosta e una bella mangiata seguita da una chiacchierata. La conversazione ad un certo punto scivola su argomenti mistico-esoterici, cosa del tutto inusuale, ma del resto quale luogo piu’ adatto di questo non-luogo tra le nuvole?
E’ tempo di ridiscendere.
E cosi’ ci avviamo a ritroso sui nostri passi. Solo che all’andata nello scavalcare le varie gobbe della cresta avevamo attraversato anche lunghi tratti sassosi privi di neve e cosi’ seguire le nostre tracce risulta difficile e necessita di tutta la nostra attenzione.
Siamo per ben due volte sul punto di perderci e di scendere chissa’ dove, ma poi l’esperienza (ci siamo gia’ trovati in situazioni simili) e forse la fortuna ci permettono di ritrovare la giusta strada e il pendio per cui eravamo saliti.
A questo punto ci tranquilliziamo e la discesa si fa piu’ allegra e spensierata. Giunti nuovamente al bosco ci concediamo una lunga sosta. Restiamo per parecchio tempo ad ascoltare il silenzio veramente assordante dei monti rotto solo di tanto in tanto dal verso di un lontano uccello.
Ormai in vista di Prati di Mezzo, accade una cosa buffa.
Improvvisamente, alle nostre spalle, una sorte di raspata nella neve squarcia il silenzio. In un istante mi tornano alla mente le recenti notizie sentite in TV sul prolificare di lupi su questi monti e l’atavica paura delle misteriose creature del bosco fa il resto. E’ un lampo ed entrambi all’unisono ci voltiamo brandendo minacciosi le piccozze pronti all’estremo sacrificio….
…ma era solo un anziano scialpinista che un po interdetto (e ci credo!) ci saluta e passa rapidamente oltre.
Lo rincontreremo poi al parcheggio insieme a un gruppo di suoi amici i quali, constatato il nostro essere assolutamente innocui, ci offriranno un bicchiere di vino e ci racconteranno la loro storia di emigrati in Scozia da poco ritornati al paese natio.
Il giorno dopo rileggendo la guida scopriremo di non aver salito il Monte Cavallo,come credevamo, bensi’ probabilmente il Monte Forcellone immediatamente di fronte.
Probabilmente, perche’ in cima a quest’ultimo, secondo la relazione, avrebbe dovuto esserci una croce che noi assolutamente non abbiamo visto. Eppure siamo arrivati a un punto che aveva tutto l’aspetto della vetta, con tanto di ometto e scritte sui massi per terra. Mah! Il mistero rimane ma non intacca minimamente la bellezza di quel posto magico sospeso nel nulla dove siamo giunti e la soddisfazione per me di aver ritrovato una passione che per fortuna era solo sopita.

Patrick Santillo

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