Monte Viglio (2156 m) da Passo Serra Sant’Antonio
Pubblicato da Patrick il 1 Marzo 2006 in Alpinismo, Relazioni

Domenica 26 Febbraio 2005

La ritirata di Russia.
Ecco questo potrebbe essere un buon titolo per la gita di domenica scorsa. Si trattava di una classicissima: l’ascensione al Viglio per la fonte moscosa e’ uno degli itinerari piu’ frequentati di tutto l’appennino. D’estate solo una facile e divertente cavalcata di cresta, l’inverno un itinerario da non sottovalutare.

Non appena lasciata la macchina capiamo che la giornata sara’ dura. Innevamento eccezionale, si affonda sino al ginocchio, ogni passo e’ una sofferenza.
Procediamo lentamente, con fatica. Un cartello stradale quasi totalmente sommerso da la misura della quantita’ di neve.
Ci diamo il cambio nell’immane compito di aprire una traccia. Dopo non molto sfila accanto a noi un gruppo di scialpinisti. Galleggiano come elfi sulla neve.

Raggiunto il fontanile (o meglio: la radura dove si troverebbe se non fosse completamente sepolto dalla neve) siamo gia’ piuttosto stanchi.

E a questo punto si inizia a salire.
Neve sino al ventre ci portiamo in cresta mentre il tempo si va guastando.

Il peggio e’ passato. Seguendo il filo di cresta si procede sul vetrato. A questo punto ci abbandona Daniela causa il riacutizzarsi di un dolore all’orecchio. E’ passato mezzogiorno e non siamo che all’inizio della salita.

Poco piu’ in alto ci avvolge la nebbia. Non e’ la prima volta che ci capita su questa montagna.
E’ la cima piu’ alta della zona nonche’ lo spartiacque fra i due mari: una barriera ideale per le perturbazioni.
Procediamo seguendo la cresta tenendoci sulla destra a opportuna distanza dalle spettacolari cornici in equilibrio sul vuoto.

Ora la nebbia e’ fittissima. Ci guida l’esperienza e il ricordo. Per un momento le nubi tornano a scorrere nel cielo e si mostra il nostro obiettivo: il gendarme.Si tratta dell’unica vera difficolta’ della salita. Un salto roccioso di una ventina di metri posto in vista della cima.
D’estate appena una piccola difficolta’ per i meno esperti, d’inverno un terreno di gioco per aspiranti alpinisti. Il gendarme e’ comunque un ostacolo da non sottovalutare.
Sulla sinistra la parete cade verticalmente fino a valle, sulla destra varie rocciette rendono sconsigliabile la caduta.In realta’ molto dipende dalla condizione della neve. Se, come in questo caso, la neve e’ abbondante e tiene basta non scomporsi.
In caso di dubbi tuttavia il gendarme puo’ essere aggirato sulla destra.

Senonche’ aggirare date le condizioni della neve ci sembra un rischio maggiore che affrontare la salita e poi siamo qui per questo: Il gendarme e’ la nostra meta.
Cosi’ calziamo i ramponi e ci leghiamo. Un breve traverso, una paretina scoscesa e siamo in vetta. Uno squarcio di sereno ricompensa le nostre fatiche: le vette di Lazio e Abruzzo si svelano per un fugace momento.E allora via, con la luce, prima che la nebbia torni a inghiottire i nostri passi. La cima e’ la’ a pochi metri ma non ci interessa, non era quella la nostra meta oggi. Inoltre sono le tre e mezza, le tre e mezza!

Piu’ di sei ore per 600 metri di dislivello. La migliore misura di quanta neve ci fosse.

Veloci, veloci verso valle prima che scenda la nebbia , prima che scenda la notte. Alle sei, sul far della sera, stanchi come non ci capitava da tempo, siamo di nuovo alla macchina.

Marco Innocente Furina

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