Scialpinistica al Sirente. Il Canale Maiori
Pubblicato da Patrick il 8 Maggio 2008 in Relazioni, Scialpinismo, Velino - Sirente

Mercoledi 30 Aprile 2008

Mercoledi è il giorno giusto. Si, mercoledi è proprio il giorno giusto. Il meteo da bello, l’aria calda da sud arriverà solo il giorno dopo, le condizioni di innevamento dovrebbero essere ottimali. Mercoledi andrò sul Maiori.

E ci andrò da solo perchè con gli amici, chi vi è già stato ed ha altri programmi, chi non si sente fisicamente abbastanza in forma, non c’è speranza. Almeno per quest’anno.

E’ diverso tempo che voglio sciare questo canale.
Se lo scorso anno mi sentivo ancora troppo principiante per avventurarmi, specialmente da solo, quest’anno ho già fatto altre belle gite alcune delle quali superando anche discrete pendenze. La neve ormai primaverile inoltre da una bella mano. Più ci rifletto e più credo che questa gita sia ampiamente alla mia portata. Andrò!

E così l’alba di mercoledi 30 aprile mi trova già ben avviato sull’autostrada. Sono tranquillo e rilassato. Anche il cielo, grigio sulla capitale, non mi preoccupa. Migliorerà, mi dico.
Arrivo ai ruderi dello chalet, distrutto da un incendio parecchi anni fa, e parcheggio. Ovviamente non c’è nessuno. Non sono neanche le otto e il giorno è feriale, che mi aspettavo? Nient’altro, in effetti.

Mentre fumo la solita sigaretta pre-partenza arriva un’automobile. Ne scende uno scialpinista che subito inizia a prepararsi. La cosa un poco mi disturba. Essere da solo tutto sommato non mi dispiaceva.

Mi preparo anche io. Infilo gli scarponi, tiro fuori gli sci e lo zaino già pronto in assetto di marcia dalla sera prima, infilo le ultime cose come il denaro, le sigarette, la macchina fotografica e chiudo la macchina. Il tempo di caricare gli sci sullo zaino e lo zaino sulle spalle e sono pronto.

L’altro intanto sta già partendo. Volevo salutarlo e scambiare due parole sul percorso, ma non mi degna di uno sguardo e si avvia. Io un istante dopo faccio lo stesso. La stradina nel bosco sale subito erta. Lo zaino pesa, mi pare di essere un mulo.

Poche centinaia di metri ed ecco il primo bivio. Il mio silenzioso compagno, che mi precede di pochi metri, prende senza indugio a sinistra, probabilmente diretto verso la Val Lupara. Io resto in dubbio per qualche istante. Non sarà più comodo salire di la?

Forse. Decido però di rispettare il programma iniziale. Maiori anche in salita, almeno vedo come sta messa la neve.

Continuo per la pista di destra che superando un altro bivio si inoltra con decisione nel fitto del bosco. Anni fa su questo sentiero quasi ci perdemmo. Invece oggi mi sembra piuttosto evidente. Il sentiero sale logico e ben identificabile fra gli alberi e sporadici bolli rossi e piccole M dipinte qua e la fugano ogni eventuale dubbio.

Di tanto in tanto intravedo fra le giovani e piccole foglie il mio canale. Non lo guardo molto, ma quando lo faccio non posso non rimanere impressionato. So bene che visto così di fronte la prospettiva schiaccia l’immagine e ne incrudisce la pendenza eppure l’effetto è lo stesso.

Dopo circa un’ora di tranquilla passeggiata sono proprio sotto il canale, nei pressi della fine del bosco. Una lingua di neve, resti di una recente slavina, scende più in basso di dove sono ora. Preferisco però guadagnare ancora un poco di quota sulla destra, fra gli alberi, per evitare la vegetazione intricata e sconvolta dalle valanghe.

Quando la via mi pare migliore mi sposto sulla sinitra, esco dall’ombra e rimonto sulla neve. E la prima parte è andata. Tiro giù gli sci dallo zaino e applico i coltelli. Un goccio di the, un paio di biscotti e mi rimetto in marcia.

Rimonto con gli sci la slavina, scomoda per le gobbe e per occasionali detriti. Supero sulla destra una zona di ghiaione scoperta (da dove si è staccata la slavina?) e mi trovo finalmente su neve più regolare. Il pendio si raddrizza sensibilmente e piano piano, a svolte, guadagno quota. Il canale è ancora lungo eppure mi sento già in alto. Il panorama si apre . Ora si vedono i prati del Sirente e la strada e dietro, in fondo, il Gran Sasso. Sto entrando nel vivo del canale, rocce sulla destra e sulla sinistra. L’ambiente si fa severo.

Procedo bene, senza fermarmi mai se non quando devo girare gli sci. Sono come ipnotizzato dalle assi ai piedi che piano piano guadagnano strada, verso l’alto.

Ad un certo punto sento un rumore, alzo lo sguardo e vedo una pietra, una bella pietra, superarmi pochi metri sulla destra e procedere decisa a rimabalzoni verso il fondo valle. Mi volto per seguirne il corso e mi par di vedere un omino in fondo, alla base del canale. Urlo un qualche avvertimento, mi sbraccio con i bastoncini. Poi guardo meglio e non sono più tanto sicuro che laggiù ci sia un uomo. Comicio ad avere le traveggole?

Mi rimetto subito in marcia, ma mi rendo conto che la storia della pietra mi ha turbato. In alto c’è molto vento, si vede chiaramente che qualunque cosa scivoli giù dalla corona di rocce marce che chiude questo scivolo di neve non può che venir da questa parte. Il canale è largo, per carità, eppure, che stia a destra oppure a sinistra, ho la sensazione di trovarmi sempre sulla linea più esposta ad eventuali scariche. E’ la seconda volta che vengo qua ed è la seconda volta che vedo venir giù qualcosa. E l’altra volta era un buon metro cubo di roccia…

Mi viene una qual certa premura di arrivare su. Comicio a pormi domande anche riguardo alla neve. Ce ne è molta di più di quanto pensassi. In un paio di punti dove provo ad infilare il bastoncino questo va sotto per un bel po. E con troppa facilità anche. Mi aspettavo che, sotto, lo strato di neve fosse più solido.

Comincio a pensare se sia il caso di riscendere da questa parte. La Val Lupara dovrebbe essere meno ripida, e ci dovrebbe essere anche meno neve… In fondo che ne so, io, delle valanghe…

Mi rendo conto che è stata quella cavolo di pietra a turbare il mio stato di grazia. Che mi sto facendo mille domande unicamente per il fatto di essere qui da solo. Che , in definitiva, probabilmente mi sto solo cagando sotto!

E’ però un peccato farsela prendere così perchè l’ambiente è davvero bellissimo e non me lo sto godendo come vorrei.
Decido di rimandare ogni considerazione a quando sarò fuori e proseguo senza pensare più a nulla.

Ormai molto in alto, la pendenza spiana alquanto e il canale forma quasi un ripiano chiuso in alto dalle rocce della cresta. La via più evidente per uscire in cima è uno scivolo di neve, nuovamente ripido, sulla sinistra.
Vedo bene che è fattibilissimo anche con gli sci ai piedi eppure mi pare di poter andare più veloce a piedi.

Sosto brevemente per togliere gli sci e armarmi di picca e ramponi e procedo per questa ultima fatica.
La neve è duretta e si va su bene. In poco tempo sono sulla sella che si affaccia sulla Val Lupara.

Proseguo un poco verso la vetta, ma vedo che appena girato l’angolo la neve termina sui placidi pascoli del versante meridionale della montagna.

Questa caratteristica del Sirente, il fatto di avere un versante ardito e quasi alpino e l’altro così placido che ci si potrebbe salire in bicicletta, non mi è mai piaciuta.
Mi è sempre sembrato come un barare della montagna, un prendersi gioco di chi con fatica sale da nord e poi si ritrova fra placide collinette. Anche infide poi, perchè se c’è nebbia nulla è più facile che perdersi sul tranquillo versante sud!

Ad ogni modo in cima sono stato altre volte e oggi sono qui per sciare. Non nego neppure un certa premura di scendere prima che faccia troppo caldo perciò torno indietro, cerco un posticino riparato dal vento, che è davvero forte, e “faccio vetta”.
Mangio, bevo, fumo. Scatto qualche foto. Faccio tutto quello che si è soliti fare in cima alle montagne e intanto cerco di vedere se spunta da qualche parte il tipo di questa mattina. Non ve ne sono tracce! Chissà che fine ha fatto?

E’ il momento delle decisioni.
Mi ripeto come un mantra che i dubbi che ho sono solo un inganno della mia mente.
Non vedo REALI segni di pericolo e quest’ultimo scivolo appare così bello! Basta si torna giù per il Maiori!

Forse per eccesso di prudenza decido però di muovermi in fretta. Vedo una cornice sospesa in modo davvero precario alla testata della Val Lupara e penso che anche per quanto riguarda il mio canale a venir giù prima che faccia troppo caldo non ho che da guadagnarne.

A mezzogiorno in punto mi lancio in discesa. Lo scivolo iniziale è bellissimo. La neve perfetta, dura ma non troppo!
A ragionare per gradi dovrebbe superare i 35. Il punto più ripido del canale insomma. Ma i numeri contano per quel che contano. Con questa neve vado benissimo.
Che gioia sciare! E che gioia venir giù sciando da una montagna, in un tale ambiente.

In un attimo supero il ripiano, volgo a destra e mi affaccio sulla seconda parte del canale e, sorpresa, ecco tre signori che salgono. Due a piedi e uno con gli sci al traino.

Faccio ancora qualche curva su una neve ora più morbida, li raggiungo e li saluto. E’ incredibile come la sola presenza di altri esseri umani cambi tutto. Non sono più io, da solo, e la montagna. Mi rilasso, certo. Ma credo anche di perdere qualcosa, non so bene cosa.

I signori proseguono verso l’alto e io proseguo la mia discesa. Bellissima, me la sparo quasi tutta d’un sol fiato. L’ultimo tratto sulla slavina è un po faticoso per via delle gobbe, ed inizia a fare molto caldo, ma non mi fermo finchè non giungo al termine della neve, al limitare del bosco.

Mi volgo a guardare e vedo che i signori di prima sono ormai solo tre puntini molto lontani.
Ho le orecchie un poco tappate per il veloce cambio di pressione e un certo senso di stordimento. Un attimo fa ero lassù, fra neve e vento, e ora sono quaggiù tra gli alberi che offrono le prime foglie alla primavera.
Mi viene voglia di caldo e di sole. Mi libero di pile e giacca e mi stendo.

Non so quanto tempo ho passato in calma contemplazione prima di rimettermi in marcia nel bosco. Parecchio, credo. Quasi non mi rendo conto quando alla fine mi rimetto in cammino. Non ho nessuna fretta, mi godo ogni singolo passo nel verde così luminoso delle piccole giovani foglie degli alberi.

Sono soddisfatto della sciata, sono soddisfatto di essere andato da solo, di essermela cavata bene.
Ma non è la soddisfazione di chi è riuscito in chissà quale impresa, seppure rapportata alle proprie piccole capacità. No, questo non c’entra.
Semplicemente sono contento di essere qui, in questo momento che non vorrei fosse da nessun’altra parte.
Non mi serve altro, in questo momento. Per quel che può durare e per quel che può valere è forse per questo che si va in montagna.

1 Commento »

  1. Bravo che belle foto, complimenti. E complimenti anche per l’impresa alla quale è seguita anche la tua salita a Punta Trento e Trieste. Sei forte.
    Giorgio

    Commento di Giorgio Carrozzini — 8, Maggio, 2008 @ 9:41 pm

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Alcuni Dati:

Partecipanti: Patrick

Dislivello in salita: 1150 metri

Dislivello in discesa: 1150 metri

Tempo di Salita: 3h30'

Difficoltà: BSA

Come Arrivare:Da Roma con la A24, poi A25 direzione Pescara. Uscire a Celano. Giunti sulla statale svoltare a destra e, dopo poco, ancora a destra seguendo le indicazioni per Ovindoli/Altopiano delle rocche. Giunti sull'altopiano proseguire in direzione di Rocca di Mezzo. Poco prima di quest'ultimo paese svoltare a destra per Secinaro. Proseguire per parecchi chilometri. Dopo aver superato i prati del Sirente ancora avanti fino ai ruderi dello chalet, nei pressi di un'ampia curva a sinistra, dove si parcheggia.

Cartografia: (clicca per ingrandire)

cartina del percorso

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